BUSHIDŌ: LA VIA DEI GUERRIERO CHE PERMEA ANCORA OGGI LA SOCIETÀ GIAPPONESE

Una delle figure che si associa spesso al Giappone è quella del samurai, guerriero fedele fino alla morte al suo padrone. In tempi moderni il suo ruolo è stato assunto dall’impiegato o dipendente di una grande azienda che sacrifica tutto se stesso per il bene della ditta, con un senso di abnegazione difficile da trovare altrove.
Non sempre la realtà corrisponde al 100% a questo stereotipo, spesso è più un obbligo sociale che un essere votati alla causa, ma è indubbio che questo spirito di sacrificio resti negli animi dei giapponesi, figlio di un codice etico e morale ispirato appunto alla figura del guerriero. Avrete sicuramente sentito nominare il Bushidō: vediamo dunque di scoprire come nasce e come è arrivato ai giorni nostri.
 

Il termine Bushidō (武士道) è composto da due kanjiBushi 武士 e Dō 道. Il primo indica in questo contesto “guerriero” mentre il secondo può essere tradotto come “via“, “cammino“, ma anche inteso come “morale“, “dottrina“. Quindi il termine Bushidō significa letteralmente “la via del guerriero” o, meglio, “la morale del guerriero“. Questo termine in realtà è comparso però relativamente tardi: nel Medioevo infatti il codice di condotta bushi era descritto come kyûba no michi (la via del tiro con l’arco e dell’equitazione) oppure come yumiya toru mi no narai (usanze per chi usa l’arco).
Il termine Bushidō sarà usato per la prima volta nel Kôyô gunkan, considerato il manuale della scuola di arti marziali Takeda-ryû. In questi scritti, che includono 20 pergamene, il termine Bushidō è usato più di 30 volte. Questo testo, distribuito tra i guerrieri come manuale di insegnamento per le arti marziali sarà alla base della divulgazione del termine Bushidō.

Tuttavia, l’identità del suo autore rimane incerta: esistono due teorie al riguardo. La prima indica come autore Kôsaka Danjô Masanobu, vassallo di Takeda Shingen che ne iniziò la stesura dopo la sconfitta della battaglia di Nagashino nel 1575. La seconda invece sceglie come autore Obata Kanhyôe Kagenori, servitore dei samurai e studioso delle arti marziali della Takeda-ryû, che avrebbe iniziato a scriverlo intorno al 1615.
Il bushidô descritto nel Kôyô gunkan pone particolarmente l’accento sull’importanza delle imprese militari sul campo di battaglia e sul coraggio delle truppe.
Nel testo si afferma inoltre che assumere ruoli amministrativi nel governo o darsi al commercio, non sfrutta sufficientemente i talenti di una persona che pratica il Bushidō. Il testo sottolinea che il Bushidō consiste nel trasformare se stessi in una lancia sul campo di battaglia. Il vero atto di nascita del Bushidō risale però alla seconda metà del 1600, quando Tsuramoto Tashiro raccolse le regole del monaco-samurai Yamamoto Tsunetomo (1659-1719) nel noto testo Hagakure (letteralmente “nascosto tra le foglie“).

Col passare del tempo però il Bushidō si evolverà ponendo maggior enfasi sulla forza interna piuttosto che su quella esterna, finendo per essere sinonimo della morale di un individuo. Questo fu sicuramente in parte dovuto al fatto che finalmente il Giappone conobbe un lungo periodo di pace durante l’era Tokugawa. Più di 200 anni senza conflitti nazionali o internazionali erano una cosa rara, quindi anche la via del guerriero cambiò, passando quindi dal dare estrema importanza al coraggio sul campo di battaglia a qualcosa di più legato all’integrità morale.

Questo periodo di pace prolungata finì per mettere in discussione l’esistenza degli stessi bushi in quanto tali. Non erano più solo guerrieri, ma avevano incarichi di funzionari nel governo occupandosi di ordine pubblico o di polizia, aiutando a stabilire leggi e un sistema giudiziario nel paese.
Inoltre divennero responsabili di altre funzioni sociali estremamente varie come la riparazione e la manutenzione delle infrastrutture di trasporto, il controllo delle inondazioni, i sistemi di irrigazione, lo sviluppo di nuovi terreni agricoli e il miglioramento di quelli esistenti, la prevenzione degli incendi, la promozione dell’industria e persino la fornitura di farmaci e le cure mediche. In Europa, questo tipo di funzione non ricadeva sui cavalieri, una differenza significativa con il Bushidō.

Con la Restaurazione Meiji (1866-1869), il Bushidō si trasformò ancora e trovò come nuovo punto fondante il rispetto assoluto dell’autorità dell’imperatore, diventando così uno dei capisaldi del nazionalismo giapponese.
Due furono soprattutto i principi del Bushidō che vennero usati in questo periodo: l’assoluto disprezzo per il nemico che si arrende (che causò i trattamenti brutali e denigranti a cui i giapponesi sottoposero i prigionieri nel corso della seconda guerra mondiale) e l’inaccettabilità etica della resa unita alla ricerca di una morte onorevole in combattimento che spinsero molti soldati a diventare kamikaze e a morire in nome dell’Imperatore.
D’altronde all’interno dell’Hagakure compare una frase che avallava questo sacrificio: “Il fondamento della via del Samurai è la risoluta accettazione della morte”. Molti quindi interpretarono il bushidô come un codice che sosteneva la morte soprattutto in vista di un bene superiore. In realtà il significato era tutt’altro: attraverso una costante consapevolezza della morte è possibile raggiungere uno stato di libertà che trascende la vita e la morte, realizzando così pienamente la propria vocazione di guerriero.

Ma a parte il ruolo avuto durante i secoli, in concreto cosa professa il Bushidō? Nel Kashôki, libro scritto nel 1642 dal guerriero Saitô Chikamori, vassallo del clan Mogami, è così descritto:

L’essenza del bushido è non mentire, non ingannare, non essere ossequioso, non essere superficiale, non essere avido, non essere scortese, non essere presuntuoso, non essere arrogante, non calunniare, non essere infedele, essere in buoni rapporti con i compagni, non essere eccessivamente preoccupato per gli eventi, ascoltare gli altri, mostrare compassione, avere un forte senso del dovere. Per essere un buon samurai, devi essere disposto a dare più della tua vita“.

Ispirato alle dottrine del buddhismo e del confucianesimo, il Bushidō si fonda su sette concetti cardine, ai quali il samurai deve scrupolosamente attenersi:

義, Gi: Onestà e Giustizia

Essere scrupolosamente onesto nei rapporti con gli altri, credere nella giustizia che proviene non dalle altre persone ma da se stessi. Il vero samurai non ha incertezze: vi è solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

勇, Yu: Eroico Coraggio

Elevarsi al di sopra delle masse che hanno paura di agire, nascondersi come una tartaruga nel guscio non è vivere. Un samurai deve possedere un eroico coraggio, ciò è assolutamente rischioso e pericoloso, ma questo significa vivere in modo completo, pieno, meraviglioso. L’eroico coraggio non è cieco ma intelligente e forte.

仁, Jin: Compassione

L’intenso addestramento rende il samurai svelto e forte. È diverso dagli altri, egli acquisisce un potere che deve essere utilizzato per il bene comune. Possiede compassione, coglie ogni opportunità di essere d’aiuto ai propri simili e se l’opportunità non si presenta egli fa di tutto per trovarne una. La compassione di un samurai va dimostrata soprattutto nei riguardi delle donne e dei fanciulli.

礼, Rei: Gentile Cortesia

samurai non hanno motivi per comportarsi in modo crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale. Il samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini. Il miglior combattimento è quello evitato.

誠, Makoto: Completa Sincerità

Quando un samurai esprime l’intenzione di compiere un’azione, questa è praticamente già compiuta, nulla gli impedirà di portare a termine l’intenzione espressa. Egli non ha bisogno né di “dare la parola” né di promettere. Parlare e agire sono la medesima cosa.

名誉, Meiyo: Onore

Vi è un solo giudice dell’onore del samurai: lui stesso. Le decisioni che prendi e le azioni che ne conseguono sono un riflesso di ciò che sei in realtà. Non puoi nasconderti da te stesso.

忠義, Chugi: Dovere e Lealtà

Per il samurai compiere un’azione o esprimere qualcosa equivale a diventarne proprietario. Egli ne assume la piena responsabilità, anche per ciò che ne consegue. Il samurai è immensamente leale verso coloro di cui si prende cura. Egli resta fieramente fedele a coloro di cui è responsabile.

Tutti questi principi, grazie al Kashôki, travalicarono la classe dei samurai e dei guerrieri arrivando alla popolazione generale diventando così una cultura etica della nazione. Il libro infatti fu scritto usando un inguaggio e un alfabeto comprensibile da chiunque avesse ricevuto un’istruzione elementare, quindi anche da adolescenti e donne.
Verso la fine del XVII fu pubblicato anche il “Kokon ezukushi bushido“: illustrato da Hishikawa Moronobu, spesso considerato il “fondatore” delle ukiyo-e, era rivolto ai bambini e raccontava leggende popolari eroiche di guerrieri con una semplice descrizione per ogni illustrazione.
In questo modo i precetti morali quali non mentire, non essere codardi, agire fedelmente fino alla fine, modificarono notevolmente il comportamento delle masse, soprattutto nelle transazioni commerciali, dando impulso ad un’etica del lavoro profondamente radicata che a volte però in alcuni contesti può diventare esasperante.

Fonti: www.animeclick.it , www.nippon.com

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